mercoledì 2 ottobre 2013

io, Nessuno

Dopo tanti anni di esperienza si arriva a farsi un'idea di ciò che si è diventati.
Ci si è fatti un'idea di se stessi, ci se è fatti un'idea di ciò che gli altri credono di vedere in noi, e ci si fa un'idea in base ad un mix di eventi che ci vedono interagire col mondo, nel bene e nel male.
Mi studio da 36 anni e mi considero una persona mediamente intelligente e so qualcosa in più su di me rispetto a tanta gente che afferma di conoscermi. Non fraintendermi, non lo dico con presunsione, ma la sicurezza delle mie affermazioni deriva da tutta una vita di esperienze, le loro no. Certo anche i punti di vista esterni rispetto al nostro sono importanti, e ne faccio abbondantemente tesoro quando riesco ad averne uno sincero.
In me pregi e difetti si eguagliano ma la loro peculiarità mi continua a mettere in difficoltà nei miei rapporti sociali. Sono sempre stato molto introverso, solitario, sin da quando un forte trauma adolescenziale ha aperto ferite che sentii di dover coprire con ogni genere di straccio e pezza a disposizione allora.
Lasciate un ragazzino disperso in una foresta e questo sopravviverà, lasciatelo su una scialuppa in mezzo al mare e sopravviverà. E' incredibile la forza che si è in grado di tirare fuori da piccoli, ma questa forza ha un costo elevatissimo, e spesso comporta lo spostamento di pesi difficili da riequilibrare in futuro.
Il prezzo che pagai io fu la mancanza di fiducia nel prossimo, dovuta alla totale o quasi assenza di comprensione e aiuto che ricevetti. "Volete che faccia tutto da solo? Ce la posso fare, però scusate se ho 13 anni".
Mio padre era morto.
Un uomo che fu sempre duro con me e che mi spingeva sempre affinchè io imparassi a cavarmela da solo. Mi aveva insegnato l'Unico Valore, quello del quale, secondo lui, tutti gli altri valori sono solo una derivazione, il Rispetto, quello per gli altri, ma soprattutto per se stessi.
La mancanza di fiducia nel prossimo cozzò con quanto avevo appreso da mio padre e l'urto generò una sorta di "mi ritiro per deliberare", o avrei tolto il rispetto a tutti o mi sarei chiuso ignorandone l'esistenza. Fu più facile la seconda.

Al liceo io ero nessuno.
I ragazzini fiutano subito il "diverso", e nella loro già fortissima smània di formare gruppi sociali sperano che il ragazzino sfigato finisca in un altro gruppo.
Furono tutti fortunati, feci gruppo da solo. Non avevo certo intenzione di farmi accettare per forza. "Volete che faccia tutto da solo? Ce la posso fare...", ignorarli era difficile ma mi hanno aiutato loro stessi a riuscirci, con i loro atteggiamenti sprezzanti ed esclusivi.
Stava crescendo l'orgoglio dentro di me.
Il rispetto non mi ha mai abbandonato, era già scolpito troppo in profondità.
Solo oggi mi rendo conto di quanto, in quegli anni delicati per lo sviluppo della personalità di un ragazzino, abbia rischiato di diventare un maniaco, un assassino, un farabutto, o chissà cos'altro. Affinchè accadesse questa catastrofe sarebbe stato sufficiente che perdessi il concetto di quanto ogni singolo individuo è comunque qualcosa di importante nel suo piccolo mondo e che tutti questi mondi sono indissolubilemente legati fra loro, che ci piaccia o no. Ma non successe, e nonostante non abbia mai amato particolarmente mio padre gli devo veramente molto già solo per questo.
Fuori dal liceo non frequentavo quasi nessuno, ero cresciuto con tanti amici fino a 13 anni, ma dopo la morte di mio padre ci trasferimmo e mi fu impossibile continuare a vederli e non mi riuscì di farmene di nuovi.

Solo, taciturno, orgoglioso e per queste ragioni scansato, finii il mio liceo con non molta fiducia nel valore effettivo dei miei coetanei, mi ritenevo superiore e il mio ego era smisurato, avevo inoltre imparato inevitabilmente ad apprezzare la mia solitudine.

Allora non comprendevo che per 5 anni mi ero perso le basi di ciò che in futuro mi sarebbe stato fondamentale per un rapporto serio di qualsiasi natura.

Allora ero ancora nessuno.